Nicola Cartura

Tumore della vescica, oltre 6 mila casi nella Ue associati ai contaminanti dell’acqua del rubinetto – Repubblica.it

Per la prima volta, uno studio ha valutato i livelli di queste sostanze che si formano in seguito alla disinfezione dell’acqua. In Italia sarebbero correlati all’1,2% dei casi. Fondamentali i controlli e il rispetto dei limiti

IL 5% DEI CASI di tumore della vescica in Europa sarebbe attribuibile all’esposizione prolungata a sostanze – i trialometani come cloroformio, bromodiclorometano, dibromoclorometano e bromoformio – che si trovano nell’acqua di rubinetto, sottoprodotti dei sistemi per la disinfezione a base di cloro. A sostenerlo uno studio coordinato dall’Institute for Global Health di Barcellona, pubblicato su Environmental Health Perspectives che ha analizzato per la prima volta la presenza di questi composti nell’acqua potabile di 26 Paesi dell’Unione europea, correlandoli con l’incidenza di questo tumore, che è tra più frequenti. La conclusione è chei trialometani rappresenterebbero un fattore di rischio per 6.500 casi ogni anno, e 2.900 di questi potrebbero essere evitati se i Paesi rispettassero i limiti europei.

Il rischio legato ai trialometani

Come riportano gli autori nell’introduzione dello studio, “l’esposizione a lungo termine ai trialometani è stata associata all’aumento del rischio di tumore della vescica”. Questo non vuol dire che sia stata dimostrata una chiara relazione di causa-effetto: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (International Agency for Research on Cancer – IARC) dell’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato due dei trialometani, cloroformio e diclorobromometano, nel gruppo 2B, cioè delle sostanze “possibilmente cancerogene”, per le quali esistono ancora limitate evidenze di cancerogenicità sia negli esseri umani sia negli animali. Altre sostanze (come il bromoformio) sono invece nella lista 3, le “non classificabili come cancerogene per l’essere umano”: vuol dire che esiste il dubbio, ma le prove non sono sufficienti.

L‘indagine

I ricercatori, tra i quali due Italiani dell’Università di Modena e Reggio Emilia, hanno analizzato i valori di trialometani nelle acque municipali registrati durante i monitoraggi di routine tra il 2005 e il 2018 (escludendo Bulgaria e Romania per scarsità di dati). In seguito hanno correlato i livelli con l’incidenza del tumore della vescica, arrivando infine al numero dei casi potenzialmente attribuibili a questi contaminanti nei differenti scenari, sebbene la copertura e l’accuratezza fosse risultata eterogenea. Il livello medio di trialometani è risultato di 11,7 microgrammi per litro (il limite europeo per alcuni di questi è di 30 microgrammi per litro). La concentrazione di questi composti – e il tipo – dipende da diversi fattori, come la temperatura e il pH.

La Danimarca e i Paesi Bassi sono risultati i Paesi con i valori più bassi e, di conseguenza, con la più bassa percentuale di casi potenzialmente attribuibili ai trialometani (0%), seguiti da Germania, Lituania, Austria, Slovenia, Italia e Polonia. Cipro (23,2%), Malta (17,9%) e Irlanda (17,2%) hanno invece le percentuali più alte.

Qualità dell’acqua buona in Italia

Per l’Italia, in particolare, si riporta un valore medio di trialometani di 3,1 microgrammi per litro e di 1,2% di casi di tumore alla vescica potenzialmente attribuibili all’esposizione ai trialometani presenti nell’acqua potabile. Si parla, quindi, di 336 casi sui quasi 30 mila che si verificano ogni anno. La stragrande maggioranza del tumore della vescica, circa il 70%, vede invece il fumo di sigaretta tra i principali fattori di rischio.

“In Italia la situazione è decisamente positiva: la qualità delle nostre acque è estremamente buona e la disinfezione induce una formazione di concentrazioni molto limitate di questi prodotti, tanto che abbiamo potuto adottare un valore guida molto più basso di quello che è consigliato dalla Unione europea (100 microgrammi per litro, ndr) e adottato da molti paesi europei”, spiega Elena Righi, Professore associato di Igiene generale e applicata, epidemiologa ambientale che si occupa da anni dello studio dei potenziali effetti sulla salute legati ai sottoprodotti della disinfezione. “Circa il 99% dei campioni riporta valori inferiori ai 15 migrogrammi per litro”.

I campioni di acqua

Righi ha potuto utilizzare i dati di numerosi campioni, provenienti però da acquedotti che coprono solo il 20% della popolazione italiana: “I dati ci sono e le sostanze vengono controllate in tutti gli acquedotti per legge. Non esiste quindi un problema di controllo, ma solo di diffusione dei dati. Sarebbe importante l’istituzione di un database unico nazionale, in Italia come negli altri Paesi. Bisogna infine ricordare che sull’associazione tra trialometani e tumori esiste ancora molta incertezza. Bisogna continuare a fare ricerca, senza nel frattempo distogliere l’attenzione dai fattori di rischio ben noti, come il fumo. Va infine ricordato che la disinfezione è un intervento fondamentale, e che il processo di ottimizzazione è in corso già da molti anni”.

Anche se la situazione italiana non desta preoccupazioni, lo studio pone l’attenzione sui sistemi di disinfestazione dell’acqua, poco sicuri in altri paesi. “Si tratta di uno studio molto interessante su quello che sembra essere una specie di ‘boomerang’ dei sistemi di disinfezione dell’acqua, che possono a volte portare alla creazione di sostanze pericolose come i trialometani”, commenta Sergio Bracarda, direttore della Oncologia medica dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni, esperto dei tumori urogenitali. “L’articolo correla la presenza di queste sostanze – aggiunge l’esperto _ a un aumentato rischio di tumori della vescica, una delle neoplasie più frequenti in assoluto, dopo aver valutato esposizione ad altri fattori di rischio come il fumo di sigaretta. Pur essendo l’Italia considerata un area a basso rischio nell’ambito dei paesi europei studiati, la presenza di una copertura geografica incompleta e l’esistenza di paesi europei a rischio zero anche per l’uso di sistemi di potabilizzazione diversificati, suggeriscono l’importanza di un monitoraggio e di un miglioramento continuo della qualità delle acque potabili italiane, al fine di ridurre ulteriormente i rischi indiretti derivanti dall’uso di acqua potabile. I buoni stili di vita non vanno solo incoraggiati ma anche supportati”.

Nicola Cartura IQAir

SANITA’: Salmonella, è un rischio costante

Anche Pettorazza ordina di non irrigare i campi con le acque dell’Adige. L’Ulss 5: “Un provvedimento spot”

Salmonella nell’Adige: massima allerta a Padova, Polesine “dimenticato”

Incredibile difformità dovuta alla democrazia, perplessità a San Martino e Lusia, tocca ai sindaci attivarsi. Si sono immediatamente mobilitati

La salmonella è un batterio che può derivare da tanti fattori molto comuni nei fiumi che racchiudono la provincia di Rovigo: “La causa può essere un uccello, gli animali che vivono nell’acqua e defecano lì, o anche casualmente la presenza estemporanea di concimazioni dei terreni in cui vengono sparsi liquami, tipici delle colture biologiche. Può derivare da un’irrigazione o da una pioggia”.

Il direttore sanitario dell’Ulss 5 Edgardo Contato parte da questa non rassicurante premessa per dire che la carica di salmonella riscontrata nel fiume Adige – in ritardo rispetto ai vicinissimi comuni al di là del Fiume nel Padovano e a Cavarzere – è più comune di quanto si pensi.

Il ritardo con cui l’Ulss 5 ha agito, per il direttore sanitario è spiegato con i “tempi tecnici per riscontrare il batterio nelle acque analizzate. Ma l’esperto della sanità polesana chiarisce: “Noi viviamo in un ambiente pieno di microorganismi e lieviti. Spesso nel corpo umano – che in genere si sa difendere – questi microorganismi tendenzialmente patogeni sono espressi ma senza essere nocivi”. Ma potrebbero esserlo per molti esseri umani, soprattutto fragili.

Ecco che la prima misura da seguire sempre, è “lavare frutta e verdura a foglia larga con molta cura”, ricorda Contato. Mentre il provvedimento di questi giorni del divieto di irrigare i campi con le acque del fiume, “è un provvedimento estemporaneo, di tutela estrema, adottato per evitare fraintendimenti con i cittadini, insomma, di estrema ratio. Altro provvedimento che tutela i cittadini è la non balneabilità dell’Adige. Per il resto, la salmonella può essere nelle uova e nelle carni”.

Ma insieme alla Regione, dopo l’emergenza salmonella riscontrata in questi giorni, le Ulss coinvolte stanno affrontando con la Regione una “procedura standard per tutelare al massimo la frutta e la verdura che producono i nostri campi e attivare procedure corrette per la valutazione dei campioni”.

L’inquinamento provoca più di un quarto delle malattie e delle morti nel mondo

L’allarme dell’Onu nel il Global Environment Outlook (GEO), il rapporto sullo stato del pianeta

UN QUARTO delle morti premature e delle malattie nel mondo è collegato all’inquinamento provocato dall’uomo. E’ questo l’allarme lanciato dall’Onu nel il Global Environment Outlook (GEO), il rapporto sullo stato del pianeta. Le emissioni collegate all’inquinamento atmosferico e ai prodotti chimici che hanno contaminato l’acqua potabile mettono infatti a rischio l’ecosistema che garantisce la sopravvivenza di miliardi di persone. Un problema che ha conseguenze anche sull’economia globale.

L’analisi dell’Onu GEO è stata realizzata grazie al contributo di 250 scienziati in 70 paesi con un lavoro che è durato sei anni.  I ricercatori hanno messo in evidenza il divario fra paesi ricchi e poveri: l’eccesso di consumi, i prodotti inquinanti e lo spreco al Nord del mondo portano fame, povertà e malattie al Sud. Mentre le emissioni di gas serra aumentano, il cambiamento climatico, con siccità o tempeste, rischiano di danneggiare ulteriormente le vite di miliardi di persone.

In questo contesto, l’Accordo di Parigi del 2015 punta a limitare il riscaldamento climatico alla soglia dei 2°C. Ma l’impatto dell’inquinamento, della deforestazione e di una catena alimentare industrializzata sono meno conosciuti. E non esiste nessun accordo internazionale sull’ambiente che equivalga a quello di Parigi sul clima.

L’acqua potabile

Il rapporto GEO dell’Onu utilizza centinaia di fonti per calcolare l’impatto dell’ambiente su alcune malattie per stilare una serie di obiettivi urgenti in campo sanitario. Condizioni “mediocri” sono collegare a “circa il 25% di morti e malattie mondiali”, si legge sullo studio GEO. Si parla di circa 9 milioni di decessi collegati all’inquinamento nel 2015.
Fra i problemi il mancato accesso all’acqua potabile per 1,4 milioni di persone che perdono la vita ogni anno per patologie che si potrebbero evitare come, ad esempio, le diarree o i parassiti presenti nelle acque contaminate. L’Onu ricorda quanto questi danni abbiano effetti a lungo termine sulle nostre vite. I prodotti chimici rilasciati nel mare sono nocivi “per diverse generazioni” e 3,2 miliardi di persone abitano su terre rovinate dall’agricoltura intensiva e dalla deforestazione.

L’inquinamento atmosferico

Il ricercatori dell’Onu segnalano inoltre che l’inquinamento atmosferico provoca dai 6 ai 7 milioni di morti premature l’anno. Inoltre l’uso eccessivo di antibiotici nei prodotti alimentari, potrebbe dare vita a batteri resistenti che potrebbero diventare la prima causa di decessi prematuri già a partire dal 2050.  “Servono azioni urgenti e ampie per contrastare questa situazione”, si legge ancora sul rapporto dell’Onu. Senza una riorganizzazione dell’economia mondiale verso una produzione più sostenibile, il concetto di crescita potrebbe divenire privo di significato anche per l’aumento delle morti e all’aumento dei costi sanitari.


Si può fare ancora qualche cosa

“Il messaggio è che un pianeta in buone condizioni di salute sostiene la crescita mondiale ma anche le vite delle persone più povere che hanno bisogno di un’aria non inquinata e di acqua pulita. – spiega Joyeeta Gupta, co-presidente del GEO – Al contrario un sistema in cattive condizioni di salute provoca danni enormi alle vite degli uomini”.

Lo studio dell’Onu segnala che la situazione può essere comunque recuperata limitando le emissioni di CO2 e l’uso di pesticidi. Anche lo spreco alimentare potrebbe essere ridotto dal momento che nei paesi più ricchi il 56% dei cibi scaduti viene bittato. “Da qui al 2050 dovremo nutrire 10 miliardi di persone ma questo non vuole dire che dobbiamo raddoppiare la produzione. – spiega ancora Gupta – Ma questo deve portare anche al cambiamento degli stili di vita”.

di VALERIA PINI

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