IQAir supporta gli ospedali che trattano l’epidemia di coronavirus in corso

IQAir supporta gli ospedali che trattano l’epidemia di coronavirus in corso

Scoperto per la prima volta poco prima del Festival del Capodanno cinese nel gennaio 2020, le infezioni da coronavirus 2019-nCoV minacciano milioni di persone. L’Organizzazione mondiale della sanità, i Centri per il controllo delle malattie e altre agenzie sanitarie hanno emesso avvisi ufficiali. 1,2,3

In risposta allo scoppio, la Commissione nazionale cinese per la salute ha tenuto una conferenza il 22 gennaio 2020 per valutare la crisi di salute pubblica causata da questo nuovo virus. 4

Li Bin, vicedirettore della commissione, ha confermato a mezzanotte di martedì 21 gennaio 2020 che almeno 440 casi di polmonite erano stati causati da questo nuovo coronavirus, colpendo 13 province della Cina e provocando un bilancio delle vittime di nove. Il numero di persone infettate dal coronavirus è salito a decine di migliaia e il bilancio delle vittime si è esteso anche a centinaia.

Dove si è diffuso il nuovo coronavirus al di fuori della Cina?

Lo scoppio iniziale di questo nuovo coronavirus è stato collegato alla città di Wuhan in Cina, che continua ad essere l’epicentro di infezioni e morte.

L’epidemia ha generato paura e panico in Cina e in gran parte del mondo – e IQAir è intervenuta rapidamente per supportare gli ospedali di Wuhan aiutando a proteggere personale e pazienti dal virus.

IQAir fornisce depuratori d’aria agli ospedali chiave di Wuhan

IQAir ha fornito depuratori d’aria HealthPro 250 agli ospedali di Wuhan designati per il trattamento di persone infette dal coronavirus, fornendo i depuratori prima all’unità di radiologia, all’unità respiratoria e ad altri presso l’ospedale Tongji, affiliato al Tongji Medical College dell’Università di Scienze e Tecnologia di Huazhong , nonché al Wuhan Union Hospital.

IQAir sta inoltre collaborando con la sua catena di fornitura globale per contribuire a dare priorità alla fornitura della maschera IQAir  agli ospedali nella regione di Wuhan.

In che modo IQAir ha aiutato durante l’epidemia di virus SARS

Secondo i funzionari della sanità pubblica, l’attuale coronavirus 2019-nCoV proviene dalla stessa famiglia di virus della coronavirus della sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV) che ha ucciso 774 persone nel 2003. 5,6,7

I depuratori d’aria IQAir sono stati rigorosamente testati per il controllo dei virus dall’autorità ospedaliera di Hong Kong e hanno fornito più di 150 ospedali per aiutare a proteggere il personale e i pazienti.

L’unità respiratoria dell’ospedale popolare dell’Università di Pechino, a Pechino, in Cina, ha anche acquistato numerosi sistemi IQAir HealthPro 250 durante l’epidemia di SARS nel 2003 – oltre 16 anni dopo, i sistemi sono ancora in funzionamento stabile.

La visione di IQAir è semplice: “Aria pulita per tutti, sempre e ovunque.” IQAir ora spera di continuare a fornire il supporto necessario nella lotta contro il nuovo coronavirus.

“L’attuale epidemia di coronavirus è una tragedia per tutti i colpiti. Speriamo che gli sforzi concertati mostrino presto risultati e alla fine ci aiutino a vincere la lotta contro questo virus mortale”, ha dichiarato Frank Hammes, CEO globale di IQAir. “Salutiamo le migliaia di operatori sanitari che stanno rischiando la vita per aiutare gli altri in questo momento di bisogno”.

(iqair.com)

 

Coronavirus, domande e risposte: la trasmissione, le cure, gli effetti.

Come avviene il contagio?

Il coronavirus di Wuhan si trasmette con le goccioline emesse dalle vie respiratorie. In caso di tosse o starnuto, le goccioline possono raggiungere 2 metri di distanza dalla persona infetta e restare in aria quasi un minuto. All’esterno dell’organismo (ad esempio sulle mani o sugli oggetti) i virus riescono a sopravvivere pochissime ore. Toccare una superficie contaminata da un microbo e poi portarsi le mani al viso è una delle classiche vie di infezione per l’influenza tradizionale e il raffreddore. Per questo viene consigliato di lavarsi le mani spesso. Nel caso del coronavirus di Wuhan, è impossibile che un microbo finito su un pacco in Cina sia ancora vivo al suo arrivo in Italia.

Chi è contagioso?

«È contagioso soprattutto chi ha sintomi» spiega Massimo Andreoni, professore di Malattie Infettive all’università di Roma Tor Vergata e direttore scientifico della Società italiana malattie infettive. «Avere febbre e problemi alle vie respiratorie vuol dire avere molti virus che si stanno replicando nell’organismo. In queste condizioni è più facile contagiare gli altri». È il motivo per cui negli aeroporti viene fermato chi ha almeno 37,5 di temperatura. Oltre a febbre, tosse, starnuti, spossatezza e dolore ai muscoli, il coronavirus di Wuhan può causare congiuntivite e disturbu gastrointestinali. «Teoricamente, anche chi ha una forma blanda della malattia potrebbe essere contagioso. Ma il rischio è irrisorio, proprio perché la sua carica virale è ridotta. Sintomi lievi equivalgono a capacità di trasmissione bassa».

Ci può essere trasmissione nel periodo di incubazione?

L’incubazione del coronavirus di Wuhan dura in media 5-6 giorni: si va da un minimo di 1 a un massimo di 12. I due turisti cinesi in cura allo Spallanzani sono stati contagiati il 19 gennaio a Wuhan (lo si è visto ricostruendo l’albero genealogico del genoma del loro virus al Campus Biomedico di Roma), sono arrivati in Italia il 23 senza sintomi e sono stati ricoverati il 30. Finora non è emerso che abbiano contagiato altri. «Proprio perché in questa fase non ci sono sintomi, è improbabile che la trasmissione avvenga nei giorni dell’incubazione».

Come si fa la diagnosi e qual è il tasso di mortalità?

Serve un test di laboratorio che si chiama Pcr e analizza il genoma del virus. La diagnosi completa richiede alcune ore, massimo un giorno, e parte da un campione preso dalla gola dei malati. «Il test riesce a dirci se una persona è stata infettata o no dal nuovo coronavirus» spiega Andreoni. «Ma non ci aiuta a capire quanto è alta la carica infettante». Cioè quanto numerosi sono i microbi attivi. Nel cuore dell’epidemia, a Wuhan, la diagnosi è una delle fasi più critiche: le persone che si presentano in ospedale con i sintomi sono migliaia e i kit per il test sono insufficienti. Per questo il numero dei malati è sicuramente più alto del numero ufficiale dei contagiati. Pur sapendo che i nostri dati sono incompleti, stimiamo che il tasso di contagiosità (quante persone infetta ciascun malato) sia 2-2,5 e quello di mortalità 2-3%: poco più alto della normale influenza, mentre la Sars era a 10.

Perché lo stesso virus causa in alcune persone sintomi lievi e in altre polmoniti?

«Dipende da due variabili» spiega Andreoni. «L’efficienza del sistema immunitario e la carica infettante con cui si entra in contatto, cioè la quantità di virus che penetra nell’organismo». Il medico Li Wenliang, morto tre giorni fa dopo aver previsto la gravità dell’epidemia, aveva 34 anni ed era in buona salute, ma probabilmente è entrato in contatto con i primi malati prendendo poche precauzioni. Quindi si è esposto a una carica infettante alta. «Pazienti anziani, fragili, già colpiti da altre malattie e con il sistema immunitario debole sono la categoria più a rischio» per Andreoni. «Le loro difese potrebbero faticare a contenere anche una carica infettante bassa».

Come si cura?

Non esistono farmaci testati ed approvati per il coronavirus di Wuhan. E nemmeno metodi consigliati per la prevenzione (la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha escluso l’efficacia di aglio, vitamina C e antibiotici). In alcuni casi, ai malati ricoverati in ospedale vengono somministrate per uso compassionevole medicine prodotte anni fa per altri virus, come ad esempio Hiv o Ebola. Ce ne sono almeno una decina, a volte usate in combinazione fra loro, ma non abbiamo ancora dati sulla loro efficacia contro questo nuovo coronavirus. Per sapere se e quanto funzionano, sarà necessario sperimentarle su un congruo numero di pazienti e metterle a confronto con placebo o terapie alternative all’interno di un trial clinico. Al momento in Cina sono partiti 59 trial clinici per il coronavirus di Wuhan. Alcuni prevedono anche il ricorso a erbe e medicine tradizionali. Ma ci vorranno mesi prima di avere i risultati. Nel frattempo, i malati che si aggravano, sviluppano una polmonite e soffrono di insufficienza respiratoria vengono curati con ossigeno e respirazione assistita. In alcuni casi estremi a Wuhan è stata usata anche l’Ecmo: un apparecchio non dissimile alla dialisi, che filtra e ossigena il sangue all’esterno del corpo, sostituendosi ai polmoni.

Possiamo sperare in un vaccino?

Quando gli scienziati cinesi hanno sequenziato il genoma del nuovo coronavirus e lo hanno messo in rete, il 10 gennaio, una decina di laboratori nel mondo ha iniziato a lavorare a un vaccino. Alcuni prodotti candidati esistono già, ma devono prima essere testati sugli animali di laboratorio per controllare che non siano rischiosi. Le sperimentazioni sull’uomo inizieranno, nella migliore delle ipotesi, in primavera. Serviranno a capire se il vaccino, oltre che sicuro, è anche efficace. Secondo previsioni ottimistiche, sarà pronto in un anno.

Perché questa epidemia è diversa dalla Sars?

Nel 2003 la Cina era un Paese in grande ascesa, ma non ancora una superpotenza iper-connessa con il resto del mondo. All’epoca il Pil era 1.600 miliardi di dollari, mentre oggi è oltre 13 mila. L’industria turistica era embrionale, mentre lo scorso anno oltre 150 milioni di cinesi sono andati all’estero. Anche per questo le possibilità di diffusione del contagio si sono moltiplicate. Rispetto a diciassette anni fa poi, sono aumentati pure i canali di diffusione delle informazioni: l’Oms l’ha chiamata “infodemia”, un’epidemia di notizie, alcune vere, altre imprecise, altre del tutto false

Perché l’allarme sull’economia mondiale?

La Cina è allo stesso tempo due cose: un colosso produttivo, la fabbrica del mondo, e un mercato di consumo enorme, con il suo miliardo e 400 milioni di cittadini sempre più benestanti. Seconda economia del mondo dopo gli Usa, l’anno scorso è creciuta del 6%La decisione di mettere in quarantena il Paese, di congelarlo per arrestare il virus, ha provocato quindi un doppio choc all’economia mondiale, sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda. Negli ultimi anni la Cina è stata il principale contributore alla crescita globale, la locomotiva del mondo, se si fermasse a lungo tutti ne risentirebbero.

La Cina ci sta nascondendo qualcosa?

All’inizio del contagio, tra fine dicembre e inizio gennaio, le autorità cinesi hanno sottovalutato e sistematicamente sminuito il pericolo, tendendo all’oscuro i cittadini di Wuhan e mettendo a tacere chi, come il dottor Li Wenliang, provava a informarli. Questo ha ritardato il contenimento del virus. Da quando ha dichiarato l’emergenza, Pechino aggiorna le cifre con regolarità e i numeri sono giudicati attendibili dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il dato sulle persone infettate considera solo i pazienti positivi al test. È evidente che i contagiati reali sono molti di più, ma questo non significa che la Cina stia mentendo.

La Repubblica

Tumore della vescica, oltre 6 mila casi nella Ue associati ai contaminanti dell’acqua del rubinetto – Repubblica.it

Per la prima volta, uno studio ha valutato i livelli di queste sostanze che si formano in seguito alla disinfezione dell’acqua. In Italia sarebbero correlati all’1,2% dei casi. Fondamentali i controlli e il rispetto dei limiti

IL 5% DEI CASI di tumore della vescica in Europa sarebbe attribuibile all’esposizione prolungata a sostanze – i trialometani come cloroformio, bromodiclorometano, dibromoclorometano e bromoformio – che si trovano nell’acqua di rubinetto, sottoprodotti dei sistemi per la disinfezione a base di cloro. A sostenerlo uno studio coordinato dall’Institute for Global Health di Barcellona, pubblicato su Environmental Health Perspectives che ha analizzato per la prima volta la presenza di questi composti nell’acqua potabile di 26 Paesi dell’Unione europea, correlandoli con l’incidenza di questo tumore, che è tra più frequenti. La conclusione è chei trialometani rappresenterebbero un fattore di rischio per 6.500 casi ogni anno, e 2.900 di questi potrebbero essere evitati se i Paesi rispettassero i limiti europei.

Il rischio legato ai trialometani

Come riportano gli autori nell’introduzione dello studio, “l’esposizione a lungo termine ai trialometani è stata associata all’aumento del rischio di tumore della vescica”. Questo non vuol dire che sia stata dimostrata una chiara relazione di causa-effetto: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (International Agency for Research on Cancer – IARC) dell’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato due dei trialometani, cloroformio e diclorobromometano, nel gruppo 2B, cioè delle sostanze “possibilmente cancerogene”, per le quali esistono ancora limitate evidenze di cancerogenicità sia negli esseri umani sia negli animali. Altre sostanze (come il bromoformio) sono invece nella lista 3, le “non classificabili come cancerogene per l’essere umano”: vuol dire che esiste il dubbio, ma le prove non sono sufficienti.

L‘indagine

I ricercatori, tra i quali due Italiani dell’Università di Modena e Reggio Emilia, hanno analizzato i valori di trialometani nelle acque municipali registrati durante i monitoraggi di routine tra il 2005 e il 2018 (escludendo Bulgaria e Romania per scarsità di dati). In seguito hanno correlato i livelli con l’incidenza del tumore della vescica, arrivando infine al numero dei casi potenzialmente attribuibili a questi contaminanti nei differenti scenari, sebbene la copertura e l’accuratezza fosse risultata eterogenea. Il livello medio di trialometani è risultato di 11,7 microgrammi per litro (il limite europeo per alcuni di questi è di 30 microgrammi per litro). La concentrazione di questi composti – e il tipo – dipende da diversi fattori, come la temperatura e il pH.

La Danimarca e i Paesi Bassi sono risultati i Paesi con i valori più bassi e, di conseguenza, con la più bassa percentuale di casi potenzialmente attribuibili ai trialometani (0%), seguiti da Germania, Lituania, Austria, Slovenia, Italia e Polonia. Cipro (23,2%), Malta (17,9%) e Irlanda (17,2%) hanno invece le percentuali più alte.

Qualità dell’acqua buona in Italia

Per l’Italia, in particolare, si riporta un valore medio di trialometani di 3,1 microgrammi per litro e di 1,2% di casi di tumore alla vescica potenzialmente attribuibili all’esposizione ai trialometani presenti nell’acqua potabile. Si parla, quindi, di 336 casi sui quasi 30 mila che si verificano ogni anno. La stragrande maggioranza del tumore della vescica, circa il 70%, vede invece il fumo di sigaretta tra i principali fattori di rischio.

“In Italia la situazione è decisamente positiva: la qualità delle nostre acque è estremamente buona e la disinfezione induce una formazione di concentrazioni molto limitate di questi prodotti, tanto che abbiamo potuto adottare un valore guida molto più basso di quello che è consigliato dalla Unione europea (100 microgrammi per litro, ndr) e adottato da molti paesi europei”, spiega Elena Righi, Professore associato di Igiene generale e applicata, epidemiologa ambientale che si occupa da anni dello studio dei potenziali effetti sulla salute legati ai sottoprodotti della disinfezione. “Circa il 99% dei campioni riporta valori inferiori ai 15 migrogrammi per litro”.

I campioni di acqua

Righi ha potuto utilizzare i dati di numerosi campioni, provenienti però da acquedotti che coprono solo il 20% della popolazione italiana: “I dati ci sono e le sostanze vengono controllate in tutti gli acquedotti per legge. Non esiste quindi un problema di controllo, ma solo di diffusione dei dati. Sarebbe importante l’istituzione di un database unico nazionale, in Italia come negli altri Paesi. Bisogna infine ricordare che sull’associazione tra trialometani e tumori esiste ancora molta incertezza. Bisogna continuare a fare ricerca, senza nel frattempo distogliere l’attenzione dai fattori di rischio ben noti, come il fumo. Va infine ricordato che la disinfezione è un intervento fondamentale, e che il processo di ottimizzazione è in corso già da molti anni”.

Anche se la situazione italiana non desta preoccupazioni, lo studio pone l’attenzione sui sistemi di disinfestazione dell’acqua, poco sicuri in altri paesi. “Si tratta di uno studio molto interessante su quello che sembra essere una specie di ‘boomerang’ dei sistemi di disinfezione dell’acqua, che possono a volte portare alla creazione di sostanze pericolose come i trialometani”, commenta Sergio Bracarda, direttore della Oncologia medica dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni, esperto dei tumori urogenitali. “L’articolo correla la presenza di queste sostanze – aggiunge l’esperto _ a un aumentato rischio di tumori della vescica, una delle neoplasie più frequenti in assoluto, dopo aver valutato esposizione ad altri fattori di rischio come il fumo di sigaretta. Pur essendo l’Italia considerata un area a basso rischio nell’ambito dei paesi europei studiati, la presenza di una copertura geografica incompleta e l’esistenza di paesi europei a rischio zero anche per l’uso di sistemi di potabilizzazione diversificati, suggeriscono l’importanza di un monitoraggio e di un miglioramento continuo della qualità delle acque potabili italiane, al fine di ridurre ulteriormente i rischi indiretti derivanti dall’uso di acqua potabile. I buoni stili di vita non vanno solo incoraggiati ma anche supportati”.

Formaldeide: fa male negli shampoo ma non nei vaccini?

Pare che la Formaldeide sia talmente pericolosa se contenuta negli Shampoo liscianti per capelli da causare un maxi-sequestro a Brescia di cinquantamila prodotti mentre, se contenuta come adiuvante nei vaccini, sia innoqua.

Mi si obietterà che le concentrazioni non sono le stesse (pare che nei prodotti sequestrati fosse fino a 35 volte il limite di concentrazione consentito per legge) ma è anche vero che il “metodo di somministrazione” e, soprattutto, le persone che entrerebbero in contatto con questa sostanza chimica (che ricordo è stata definita cancerogena da un gruppo di lavoro dello IARC International Agency for Research on Cancer composto da 26 scienziati), non sono le stesse: adulti che si lavano i capelli, bambini di pochi mesi ai quali viene inoculato direttamente intramuscolo saltando tutte le prime vie di difesa dell’organismo umano.

Mi vien poi sempre alla mente il famigerato “Principo di Precauzione”:

“Il principio di precauzione permette di reagire rapidamente di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell’ambiente. Infatti, nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, il ricorso a questo principio consente, ad esempio, di impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato.” (Sintesi della Legislazione UE-Principio di Precauzione)

e mi domando: ma se ci fosse anche solo il dubbio che possa far male inserito come adiuvante nei vaccini, non sarebbe più corretto non scrivere sul sito del Ministero della Salute cose come queste?

“Gli adiuvanti sono sostanze che vengono aggiunte al principio attivo del vaccino per potenziare l’efficacia della risposta immunitaria.
Sono ampiamente usati da molti anni nella produzione di vaccini ed hanno buoni livelli di sicurezza.” (Ministero della salute-FAQ vaccinazioni)

Aree contaminate: in Italia 6 milioni di persone a rischio

Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù, di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali. Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, la bonifica è ancora in alto mare.
Quante sono e dove stanno le aree a rischio sanitario

Il caso di Crotone, diventato emergenza, è solo uno fra migliaia: l’Ispra ne ha contati 12.482. Siti potenzialmente contaminati, distribuiti su tutto il Paese, con un record di 3.733 casi in Lombardia. Mentre i siti in cui l’inquinamento è stato considerato talmente grave da comportare un elevato rischio sanitario, e per questo definiti «di Interesse Nazionale» (Sin), sono 58. L’interesse, a partire dal 1998, era quello di bonificarli. Oggi per la maggior parte resta ancora da capire la portata della contaminazione. Parliamo di aree industriali dismesse, in attività, aree che sono state oggetto in passato di incidenti con rilascio di inquinanti chimici, e aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

Alle procedure di bonifica inizialmente doveva pensare lo Stato, dal 2012, 17 siti sono passati in carico alle Regioni. «Pensiamo a un fondo unico ambientale per sostenere le bonifiche», ha dichiarato qualche mese fa il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Il suo predecessore, Gian Luca Galletti, aveva già riferito in un intervento al Senato, il 19 gennaio 2017, di circa 2 miliardi di euro stanziati «dal mio Ministero a favore delle Regioni, dei Commissari delegati e delle Province Autonome di Trento e Bolzano». Finora la somma dei finanziamenti totalizza 3.148.685.458 euro. A fronte di questa spesa, «emerge l’estrema lentezza, se non la stasi, delle procedure attinenti alla bonifica dei Sin», scrive, qualche mese fa, la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
Stanziati oltre 3 miliardi per fare cosa?

In Veneto, 781 milioni di euro sono stati usati per bonificare solo il 15% dei terreni e l’11% della falda di Porto Marghera. In Campania, l’area perimetrata nel Sin di Napoli Orientale, su cui insiste la quasi totalità degli impianti di deposito e stoccaggio di gas e prodotti petroliferi presenti sul territorio cittadino, la bonifica ha interessato finora solo il 6% dei terreni e il 3% della falda. Va molto peggio nell’area occidentale, quella dell’ex Ilva, ex Eternit, ex discarica Italsider: 242 ettari di superficie potenzialmente inquinati da metalli, ipa, fenoli, amianto; oltre 10 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, bonifiche: zero. L’area di Tito, in Basilicata, ha completato solo il 4% della procedura di bonifica, idem in Sardegna, nonostante i 77 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, e i 20 già spesi per le aree industriali inquinate di Sulcis-Iglesiente-Guspinese. «La maggior parte delle risorse», dichiara la Regione, «sono in fase di progettazione, poi a causa della complessità delle opere e dell’aggiornamento della normativa sugli appalti, il grosso degli interventi deve essere ancora cantierato».

Sicilia, Friuli, Piemonte, Lombardia, Toscana: bonifiche zero

In Sicilia nei siti contaminati che vanno da Priolo (Siracusa), a Biancavilla (Catania), fino a Gela (Caltanissetta), sono stati spesi 3 milioni di euro per zero bonifiche. Nulla di fatto anche al Nord, per le aree industriali di Trento e per i metalli pesanti che hanno inquinato falde e terreni dell’area della Caffaro di Torviscosa, in Friuli, dove i milioni finanziati dal Ministero sono stati rispettivamente 19 e 35. In Toscana, a fronte di finanziamenti per oltre 20 milioni, nessuna bonifica è stata completata nei Sin di Orbetello e Livorno. In Piemonte i circa 51 milioni stanziati non hanno ancora rimesso in salute le aree di Balangero, Pieve Vergonte e Serravalle Scrivia: qui, la bonifica delle falde e dei terreni è ferma allo 0%, così come nell’area contaminata di Cengio e Saliceto che il Piemonte condivide con la Liguria. La situazione più critica è però in Lombardia: 5 aree contaminate da metalli pesanti, idrocarburi, PCB, inserite fra le priorità di bonifica. Le attendono da circa 18 anni. Eppure, c’erano e ci sono finanziamenti da parte del Ministero per oltre 200 milioni di euro: non sembra, perciò un problema di liquidità.

Chi inquina non paga. Perché?

La European Environment Agency ha stimato i costi per le analisi e ricerche sui siti, ed è emerso che in Europa sono generalmente ricompresi fra un minimo di 5.000 euro e un massimo di 50.000 euro. Nel nostro Paese, queste stesse indagini costano più di 5 milioni di euro.

Inoltre il principio secondo cui «chi inquina paga» è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile. C’erano riusciti a Porto Marghera, con il ragionamento: se chi ha inquinato non si trova, paga chi detiene l’area. Lo Stato aveva incassato 700 milioni di euro, con cui ha realizzato le opere di messa in sicurezza per impedire l’espandersi della contaminazione. Dal 2011, con i vari decreti Ilva il principio è stato reso ancora più intricato, e così in quasi tutti gli altri Sin, la messa in sicurezza, che non equivale certo alla bonifica, è stata fatta a carico dello Stato.
Con le bonifiche lo Stato ci guadagna

Bisogna poi fare i conti con la criminalità organizzata: dal 2002 ad oggi sono state 19 le indagini che hanno fatto emergere smaltimenti illegali di enormi quantità di rifiuti derivanti dalla bonifica di siti inquinati. Sono state emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.

Insomma, più si ritarda, e più la criminalità si infiltra, quando invece dalle bonifiche lo Stato avrebbe solo da guadagnare. Già nel 2008 e ancora nel 2016, Confindustria ha stimato il fabbisogno in 10 miliardi. Se le opere partissero subito, in 5 anni, si creerebbero 200.000 posti di lavoro con un aumento della produzione di oltre 20 miliardi di euro, con un ritorno nelle casse dello Stato di circa 5 miliardi fra imposte dirette, indirette e contributi sociali.
Il prezzo che sta pagando la popolazione

L’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (su 58) siti più contaminati d’Italia. Per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio.

C’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi; il rischio mortalità è più alto del 4-5% rispetto alla popolazione generale, con prospettiva di peggioramento. Che prezzo ha tutto questo?

(Ha collaborato Adele Grossi)

CORRIERE DELLA SERA