Formaldeide: fa male negli shampoo ma non nei vaccini?

Pare che la Formaldeide sia talmente pericolosa se contenuta negli Shampoo liscianti per capelli da causare un maxi-sequestro a Brescia di cinquantamila prodotti mentre, se contenuta come adiuvante nei vaccini, sia innoqua.

Mi si obietterà che le concentrazioni non sono le stesse (pare che nei prodotti sequestrati fosse fino a 35 volte il limite di concentrazione consentito per legge) ma è anche vero che il “metodo di somministrazione” e, soprattutto, le persone che entrerebbero in contatto con questa sostanza chimica (che ricordo è stata definita cancerogena da un gruppo di lavoro dello IARC International Agency for Research on Cancer composto da 26 scienziati), non sono le stesse: adulti che si lavano i capelli, bambini di pochi mesi ai quali viene inoculato direttamente intramuscolo saltando tutte le prime vie di difesa dell’organismo umano.

Mi vien poi sempre alla mente il famigerato “Principo di Precauzione”:

“Il principio di precauzione permette di reagire rapidamente di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell’ambiente. Infatti, nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, il ricorso a questo principio consente, ad esempio, di impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato.” (Sintesi della Legislazione UE-Principio di Precauzione)

e mi domando: ma se ci fosse anche solo il dubbio che possa far male inserito come adiuvante nei vaccini, non sarebbe più corretto non scrivere sul sito del Ministero della Salute cose come queste?

“Gli adiuvanti sono sostanze che vengono aggiunte al principio attivo del vaccino per potenziare l’efficacia della risposta immunitaria.
Sono ampiamente usati da molti anni nella produzione di vaccini ed hanno buoni livelli di sicurezza.” (Ministero della salute-FAQ vaccinazioni)

Aree contaminate: in Italia 6 milioni di persone a rischio

Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù, di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali. Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, la bonifica è ancora in alto mare.
Quante sono e dove stanno le aree a rischio sanitario

Il caso di Crotone, diventato emergenza, è solo uno fra migliaia: l’Ispra ne ha contati 12.482. Siti potenzialmente contaminati, distribuiti su tutto il Paese, con un record di 3.733 casi in Lombardia. Mentre i siti in cui l’inquinamento è stato considerato talmente grave da comportare un elevato rischio sanitario, e per questo definiti «di Interesse Nazionale» (Sin), sono 58. L’interesse, a partire dal 1998, era quello di bonificarli. Oggi per la maggior parte resta ancora da capire la portata della contaminazione. Parliamo di aree industriali dismesse, in attività, aree che sono state oggetto in passato di incidenti con rilascio di inquinanti chimici, e aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

Alle procedure di bonifica inizialmente doveva pensare lo Stato, dal 2012, 17 siti sono passati in carico alle Regioni. «Pensiamo a un fondo unico ambientale per sostenere le bonifiche», ha dichiarato qualche mese fa il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Il suo predecessore, Gian Luca Galletti, aveva già riferito in un intervento al Senato, il 19 gennaio 2017, di circa 2 miliardi di euro stanziati «dal mio Ministero a favore delle Regioni, dei Commissari delegati e delle Province Autonome di Trento e Bolzano». Finora la somma dei finanziamenti totalizza 3.148.685.458 euro. A fronte di questa spesa, «emerge l’estrema lentezza, se non la stasi, delle procedure attinenti alla bonifica dei Sin», scrive, qualche mese fa, la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
Stanziati oltre 3 miliardi per fare cosa?

In Veneto, 781 milioni di euro sono stati usati per bonificare solo il 15% dei terreni e l’11% della falda di Porto Marghera. In Campania, l’area perimetrata nel Sin di Napoli Orientale, su cui insiste la quasi totalità degli impianti di deposito e stoccaggio di gas e prodotti petroliferi presenti sul territorio cittadino, la bonifica ha interessato finora solo il 6% dei terreni e il 3% della falda. Va molto peggio nell’area occidentale, quella dell’ex Ilva, ex Eternit, ex discarica Italsider: 242 ettari di superficie potenzialmente inquinati da metalli, ipa, fenoli, amianto; oltre 10 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, bonifiche: zero. L’area di Tito, in Basilicata, ha completato solo il 4% della procedura di bonifica, idem in Sardegna, nonostante i 77 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, e i 20 già spesi per le aree industriali inquinate di Sulcis-Iglesiente-Guspinese. «La maggior parte delle risorse», dichiara la Regione, «sono in fase di progettazione, poi a causa della complessità delle opere e dell’aggiornamento della normativa sugli appalti, il grosso degli interventi deve essere ancora cantierato».

Sicilia, Friuli, Piemonte, Lombardia, Toscana: bonifiche zero

In Sicilia nei siti contaminati che vanno da Priolo (Siracusa), a Biancavilla (Catania), fino a Gela (Caltanissetta), sono stati spesi 3 milioni di euro per zero bonifiche. Nulla di fatto anche al Nord, per le aree industriali di Trento e per i metalli pesanti che hanno inquinato falde e terreni dell’area della Caffaro di Torviscosa, in Friuli, dove i milioni finanziati dal Ministero sono stati rispettivamente 19 e 35. In Toscana, a fronte di finanziamenti per oltre 20 milioni, nessuna bonifica è stata completata nei Sin di Orbetello e Livorno. In Piemonte i circa 51 milioni stanziati non hanno ancora rimesso in salute le aree di Balangero, Pieve Vergonte e Serravalle Scrivia: qui, la bonifica delle falde e dei terreni è ferma allo 0%, così come nell’area contaminata di Cengio e Saliceto che il Piemonte condivide con la Liguria. La situazione più critica è però in Lombardia: 5 aree contaminate da metalli pesanti, idrocarburi, PCB, inserite fra le priorità di bonifica. Le attendono da circa 18 anni. Eppure, c’erano e ci sono finanziamenti da parte del Ministero per oltre 200 milioni di euro: non sembra, perciò un problema di liquidità.

Chi inquina non paga. Perché?

La European Environment Agency ha stimato i costi per le analisi e ricerche sui siti, ed è emerso che in Europa sono generalmente ricompresi fra un minimo di 5.000 euro e un massimo di 50.000 euro. Nel nostro Paese, queste stesse indagini costano più di 5 milioni di euro.

Inoltre il principio secondo cui «chi inquina paga» è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile. C’erano riusciti a Porto Marghera, con il ragionamento: se chi ha inquinato non si trova, paga chi detiene l’area. Lo Stato aveva incassato 700 milioni di euro, con cui ha realizzato le opere di messa in sicurezza per impedire l’espandersi della contaminazione. Dal 2011, con i vari decreti Ilva il principio è stato reso ancora più intricato, e così in quasi tutti gli altri Sin, la messa in sicurezza, che non equivale certo alla bonifica, è stata fatta a carico dello Stato.
Con le bonifiche lo Stato ci guadagna

Bisogna poi fare i conti con la criminalità organizzata: dal 2002 ad oggi sono state 19 le indagini che hanno fatto emergere smaltimenti illegali di enormi quantità di rifiuti derivanti dalla bonifica di siti inquinati. Sono state emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.

Insomma, più si ritarda, e più la criminalità si infiltra, quando invece dalle bonifiche lo Stato avrebbe solo da guadagnare. Già nel 2008 e ancora nel 2016, Confindustria ha stimato il fabbisogno in 10 miliardi. Se le opere partissero subito, in 5 anni, si creerebbero 200.000 posti di lavoro con un aumento della produzione di oltre 20 miliardi di euro, con un ritorno nelle casse dello Stato di circa 5 miliardi fra imposte dirette, indirette e contributi sociali.
Il prezzo che sta pagando la popolazione

L’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (su 58) siti più contaminati d’Italia. Per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio.

C’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi; il rischio mortalità è più alto del 4-5% rispetto alla popolazione generale, con prospettiva di peggioramento. Che prezzo ha tutto questo?

(Ha collaborato Adele Grossi)

CORRIERE DELLA SERA

L’Italia è prima in Europa per morti da polveri sottili, ma non sembra un problema

Il Senato degli Stati Uniti ammette che le Scie Chimiche sono reali e uccidono gli esseri umani

Fino a poco tempo siamo stati considerati “teorici della cospirazione” solo per il fatto, che eravamo convinti che il governo degli Stati Uniti era coinvolto in programmi di irrorazione di sostanze chimiche nocive in atmosfera, in altre parole, solo per il fatto che si credeva alle scie chimiche.  Ma ora un documento ufficiale del governo degli Stati Uniti rivendica ciò che i media alternativi, i teorici della cospirazione, hanno detto per anni.  Secondo il documento, intitolato Modifica Meteo: i programmi, i problemi, la politica, e le potenzialità –  la “Modifica del clima”, anche se è una scienza relativamente giovane, ha nel corso degli anni, stimolato grande interesse all’interno delle comunità scientifiche, commerciali, governative e agricole.

Mentre i progetti di modifica delle condizioni meteorologiche sono operativi da quasi 25 anni, queste hanno dimostrato (secondo la commissione del Senato americano) di avere un notevole potenziale per la prevenzione,  moderando o alleviando gli effetti negativi, dovuti alle condizioni atmosferiche estreme. Ci si preoccupa molto per quanto riguarda la mancanza di una politica di coordinamento federale sulla modificazione del clima, oltre alla mancanza di un programma (coordinato) di ricerca globale, riguardante lo sviluppo sulla modificazione del clima.

 

  

 

 

 

LE SCIE CHIMICHE UCCIDONO!

Le possiamo osservare ogni giorno. Sono bianche, lunghe e persistenti. Invadono i nostri cieli, si disperdono quindi nell’atmosfera, nell’aria che respiriamo. Dopo che sull’edizione inglese del New Scientist era stato ammesso che un’irrorazione dei cieli sarebbe in corso da molti anni, con lo scopo di raffreddare il pianeta – giustificando di fatto la presenza di scie diverse da quelle di condensazione degli aerei civili – anni fa anche un politico svedese aveva espresso la sua preoccupazione al riguardo. Risulta insomma sempre più difficile nascondere l’evidenza, ma ora che il tutto viene dichiarato dal Senato USA, la cosa diventa ancor più grave.

Pernilla Hagberg, esponente del partito ambientalista svedese, si è detta recentemente preoccupata per l’inquinamento e i danni ambientali che i quotidiani aerosol con cui vengono irrorati i cieli di tutto il mondo stanno apportando.

La stessa Hagberg aveva rilasciato qualche anno fa un’intervista al Katrineholms Kuriren, dove ha dichiarato pubblicamente che CIA, NSA (Agenzia di Sicurezza USA) e governo svedese stavano e stanno tuttora collaborando per ricoprire il cielo con emissioni di aerosol, che lei stessa definisce scie chimiche, non scie di condensazione.
Le normali scie di condensazione sono costituite da vapore acqueo e si dissipano rapidamente dopo le emissioni dai motori a reazione e sono molto diverse dalle scie chimiche, che a poco a poco ricoprono il cielo fino a creare velature poco convenzionali. Ma a quanto pare anche le stesse scie di condensa sarebbero inquinate. Infatti nell’intervista si precisa inoltre che queste irrorazioni contengono un mix pericoloso di sostanze chimiche, virus e metalli pesanti come l’alluminio, che influenzano il clima. Hagberg ha anche precisato che c’è una totale mancanza di informazioni relativa al programma e alle ragioni che si nascondono dietro a tutto ciò.

Le possibilità sono molte: dall’avvelenamento volontario della popolazione, al controllo del clima, ad altri scopi ignoti di geo-ingegneria. USA e l’ONU si sono finora timidamente nascosti dietro il paravento delle operazioni per la salvezza del pianeta, messo in pericolo dal riscaldamento globale. Queste operazioni sarebbero effettuate con il pretesto di bloccare il Sole, così da abbassare le temperature e fermare lo scioglimento dei ghiacci polari. Pernilla Hagberg ritiene però che si tratti di uno schema di modificazione delle condizioni atmosferiche, progettato per il controllo dei mercati e dei prezzi e per mettere altri paesi in condizioni di svantaggio e pericolo.

Quello che è certo, è che ciò che viene irradiato nei cieli è una miscela di tossine identificabili.  Ci sono alluminio e bario nelle forniture di acqua e sui terreni di tutto il mondo e questo dovrebbe rappresentare già una prova più che sufficiente. La Hagberg ha riferito che il governo svedese sta lavorando con governi stranieri e società segrete, perciò sarà impossibile utilizzare il meccanismo di governo per risolvere la questione.

Quel che conta ora è continuare a diffondere la consapevolezza e sensibilizzare l’opinione pubblica in relazione al problema. E, in attesa di trovare una strategia per fermare questo dramma, prendere le dovute precauzioni per difendere la nostra salute, messa a dura prova dalle tossine e dai metalli pesanti diffusi nell’ambiente a causa di queste operazioni. Infine il risultato è che le Scie Chimiche (o chemtrails) uccidono gli esseri Umani e danneggiano l’ecosistema del pianeta.

Redazione Segnidalcielo

C’è amianto nelle ceramiche finite nelle case di mezza Italia

Questa è una storia a cui si fa fatica a credere, eppure è vera e comprovata da decine di documenti. Si può riassumere così: nonostante 25 anni fa una legge abbia vietato l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto, si scopre che un intero comparto produttivo italiano ha continuato a usarlo (a sua insaputa) fino alla fine del 2016. La scoperta, come spesso capita, è casuale: nella primavera del 2015 un ispettore della Asl di Viterbo trova tracce di amianto nell’azienda “Minerali Industriali” di Gallese, nel distretto di Civita Castellana, dove si produce il 70% delle ceramiche sanitarie italiane (lavabo, water, piatti doccia e bidet) e un bel pezzo anche di quelle da rivestimento (piastrelle).

La cosa, ovviamente, non dovrebbe succedere, ma le analisi successive della stessa Asl e del Politecnico di Torino confermano che nell’impasto con cui si produce la ceramica che poi finisce nelle case di migliaia di italiani c’è la “tremolite”, un tipo di amianto tra i più pericolosi per la salute e in quantità assai superiori ai limiti di legge (peraltro altissimi). L’azienda viene immediatamente sequestrata per la bonifica (ancora di là da venire) e della cosa viene chiamata a occuparsi la Procura di Viterbo, che al momento ha iscritto 5 persone nel registro degli indagati per la violazione della legge sulla sicurezza sul lavoro. È qui che la storia si allarga e finisce addirittura alla commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, soprattutto grazie all’interessamento di Alberto Zolezzi, deputato del M5S, che di mestiere fa il medico ospedaliero ed è specializzato nelle malattie dell’apparato respiratorio.

In Parlamento, a inizio novembre, arriva ad esempio una nota firmata dal sostituto procuratore di Viterbo, Massimiliano Siddi, che allarga il campo della vicenda: “Nel corso del procedimento – scrive – è stata disposta la perquisizione di 56 ditte del distretto ceramico di Civita Castellana, utilizzatrici dei materiali lavorati e commercializzati dal sito ‘Minerali Industriali’ di Gallese, al fine di accertare se sussistesse contaminazione dei luoghi di lavoro e, conseguentemente, pericolo per i lavoratori esposti (…) Il 29 marzo 2016 il consulente tecnico ha concluso per la presenza di amianto nei campioni messi a disposizione”.

Insomma, l’amianto è stato trovato in una sessantina di aziende in un distretto che ne conta meno di 300: la percentuale di prodotti potenzialmente contaminati venduti in Italia e all’estero, insomma, è abbastanza alta. Ma non è finita qui: rispondendo a un’interrogazione di Zolezzi nel luglio 2016, il governo ha rivelato che “gli approfondimenti in corso hanno riscontrato ulteriori indizi che coinvolgono altre aziende sul territorio nazionale impegnate nel settore”. Significa una cosa sola, peraltro confermata dalle informazioni acquisite dagli stessi pm viterbesi: la ceramica all’amianto è finita anche nel distretto di Sassuolo, il più importante d’Italia. In Emilia, però, al momento non risultano inchieste, né accertamenti di alcun tipo.

Torniamo allora all’amianto scoperto nel Lazio. La domanda a cui hanno dovuto rispondere i magistrati è la seguente: da dove viene questo “impasto contaminato”? L’azienda sequestrata – “Minerali Industriali” – ha sostenuto sin da subito che il materiale contaminato fosse quello importato dalla Sardegna: è effettivamente da lì che arriva il feldspato di sodio incriminato. Per la precisione si tratta di una cava concessa alla ditta Maffei a “Cuccuru Mannu”, nel comune di Orani: nella relazione tecnica che autorizza la concessione non si parla di amianto – per non trovarlo, d’altronde, basta non cercarlo – ma si deduce che la cava aveva una capacità estrattiva di 73mila tonnellate di feldspato di sodio l’anno per un prezzo indicativo di 30 euro a tonnellata (molto basso, la metà di quello cinese e quasi un terzo di quello indiano, ma capace di generare comunque ricavi da almeno 2,2 milioni l’anno). Anche lì, ovviamente, c’è un’indagine aperta che ha portato la Procura di Nuoro a sequestrare la cava, ma solo a fine settembre del 2016, oltre un anno dopo la “scoperta” dell’impasto contaminato nel Lazio. L’ipotesi di reato sarebbe disastro ambientale. Questo, forse, per la magistratura chiude il cerchio, eppure di fronte alla scoperta che un materiale altamente pericoloso è finito nel circuito economico senza alcun controllo e in enormi quantità ci sarebbero altre preoccupazioni.

Ricordato che l’amianto è pericoloso solo se disperso e inalato, bisogna rispondere a un’altra domanda: chi sono le potenziali vittime di questa vicenda, chi è stato messo a rischio? Intanto, ovviamente, chiunque abbia partecipato al processo produttivo senza le informazioni necessarie e i relativi strumenti di sicurezza: dall’estrazione al trasporto a chi preparava l’impasto “matrice” (nel nostro caso la “Minerali Industriali”) fino agli operai delle aziende di ceramica. Una volta finito, il prodotto – poniamo un lavandino o una piastrella – non è pericoloso se non si rompe o scheggia, anche se contiene “tremolite”: il problema è che nella fase di installazione, specialmente di rivestimenti, la ceramica viene tagliata a misura e le eventuali particelle pericolose finiscono nell’aria.

Infine c’è il tema dello smaltimento. Un pavimento in ceramica finisce in normali discariche per quel materiale, ma se contiene amianto andrebbe trattato come un rifiuto speciale, mettendo in sicurezza il terreno e le falde acquifere. Finora magistrati e autorità coinvolte non sembrano interessati a tracciare tutti i prodotti a rischio venduti in questi anni, eppure che l’amianto sia pericoloso lo dice la legge e la Costituzione aggiunge, se non fosse intuitivo, che la tutela della salute dei cittadini è un dovere della Repubblica.

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