Formaldeide: fa male negli shampoo ma non nei vaccini?

Pare che la Formaldeide sia talmente pericolosa se contenuta negli Shampoo liscianti per capelli da causare un maxi-sequestro a Brescia di cinquantamila prodotti mentre, se contenuta come adiuvante nei vaccini, sia innoqua.

Mi si obietterà che le concentrazioni non sono le stesse (pare che nei prodotti sequestrati fosse fino a 35 volte il limite di concentrazione consentito per legge) ma è anche vero che il “metodo di somministrazione” e, soprattutto, le persone che entrerebbero in contatto con questa sostanza chimica (che ricordo è stata definita cancerogena da un gruppo di lavoro dello IARC International Agency for Research on Cancer composto da 26 scienziati), non sono le stesse: adulti che si lavano i capelli, bambini di pochi mesi ai quali viene inoculato direttamente intramuscolo saltando tutte le prime vie di difesa dell’organismo umano.

Mi vien poi sempre alla mente il famigerato “Principo di Precauzione”:

“Il principio di precauzione permette di reagire rapidamente di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell’ambiente. Infatti, nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, il ricorso a questo principio consente, ad esempio, di impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato.” (Sintesi della Legislazione UE-Principio di Precauzione)

e mi domando: ma se ci fosse anche solo il dubbio che possa far male inserito come adiuvante nei vaccini, non sarebbe più corretto non scrivere sul sito del Ministero della Salute cose come queste?

“Gli adiuvanti sono sostanze che vengono aggiunte al principio attivo del vaccino per potenziare l’efficacia della risposta immunitaria.
Sono ampiamente usati da molti anni nella produzione di vaccini ed hanno buoni livelli di sicurezza.” (Ministero della salute-FAQ vaccinazioni)

Smog, adesso si fa sul serio: partono i controlli sulle auto.

E’ ufficialmente cominciata la stagione degli sforamenti e, di conseguenza, ora si fa sul serio. I vigili urbani del Comune di Rovigo cominceranno davvero a fare multe in caso di mancato rispetto dell’ordinanza emanata dal sindaco per il “contenimento delle polveri sottili”. Ed il weekend appena trascorso ha segnato l’ennesimo, dell’anno, il primo dopo la calda estate, superamento dei limiti consentiti di Pm10 nell’aria. Pm10 che non dovrebbemo mai superare i 50 μg/m3 e che, invece, sia sabato che domenica erano arrivate a 58 μg/m3.

E soprattutto, con il doppio superamento del weekend, arriviamo, nell’anno, a 53 giorni di sforamenti quando, invece, il limite consentito sarebbe di 35. Ampiamente, quindi, superati i limiti anche in questo caso. E allora il tempo per adeguarsi alla ordinanza che limita la circolazione delle auto inquinanti è finito. Ora i controlli si fanno sul serio, e le multe anche. Altrimenti l’ordinanza diventa una barzelletta che, ai nostri polmoni, però, non fa certo bene.

Ricordiamo, quindi , in sintesi, quali sono le limitazioni per la circolazione. E’ attualmente in vigore il semaforo verde che prevede lo stop dalle 8.30 alle 18.30, dal lunedì al venerdì delle auto diesel fino ad Euro 3 diesel (auto e commerciali). In caso di 4 giorni di sforamenti conseguitivi scatterà l’allerta arancio che prevede l’inclusione nel blocco (oltre alle limitazioni previste al livello verde) degli autoveicoli Euro 4 diesel (auto). I blocchi si estendono tutti i giorni dalle 8.30 alle 18.30 (compreso il weekend).

Allo scadere invece del decimo giorno di sforamenti consecutivi, scatterà l’allerta rossa che prevede l’inclusione nel blocco (oltre limitazioni previste livello verde e arancio) dei veicoli euro 4 diesel commerciali dalle 8.30 alle 12.30. I blocchi si applicano tutti i giorni compreso il weekend. Sono previste sanzioni per il mancato rispetto dell’ordinanza. Per tutto il periodo dell’ordinanza è vietata la sosta con il motore acceso per tutti i veicoli: autobus, compresi quelli di linea, in genere nella fase di stazionamento ed anche ai capolinea, indipendentemente dal protrarsi del tempo dello stazionamento e dalla presenza a bordo del conducente o di passeggeri; autoveicoli in sosta e veicoli merci, anche durante le fasi di carico/scarico, in particolare nelle zone abitate; autoveicoli per arresto della circolazione di durata maggiore di un minuto, in corrispondenza di particolari impianti semaforici e di passaggi a livello.

La Voce di Rovigo

Quanto pesa l’aria (inquinata) nelle scuole e nei nidi di Bologna? I genitori rispondono

Cronaca Bambina Ma quanto è inquinata l’aria che respirano i bambini nelle scuole? E nei nidi? A questa domanda rispondono con un puntuale report i genitori che fanno un vero e proprio monitoraggio per le strade. Vediamo i risultati.

Dati Il 10% del campione segnala un inquinamento di diossido d’azoto che supera i limiti di legge, mentre un altro 30% è al limite. Sono 10mila gli alunni bolognesi ad essere esposti a questo tipo di inquinamento. Francesco Luca Basile, portavoce della campagna Aria Pesa, che concede un’intervista a Radio città del Capo in cui articola tutti i dati che sono davvero poco confortanti.
Come sono stati raccolti i dati Il campionamento riguarda la qualità dell’aria di oltre il 70% delle scuole bolognesi. Circa 250 campionatori installati dagli attivisti della campagna civica Aria Pesa per conoscere cosa respirano i nostri bambini e ragazzi. Questa nuova misurazione si è concentrata in particolare sulla rivelazione del diossido di azoto. Come termine di paragone si è preso la misurazione di porta San felice (sui viali di circonvallazione del centro città) che è una delle zone più inquinate di Bologna.
I bambini esposti E oltre il 10% dei campionatori rileva valori simili o superiori . Il 30% ha dato invece valori intorno ai limiti di legge. Circa 4 mila bimbi del nido e dell’infanzia respirano questa aria mentre tra i più “ grandi” sono 10mila gli studenti esposti all’Aria pesa.

Brescia: un terzo dei decessi è dovuto a tumori

Da Brescia arrivano dati shock circa le morti per tumore. Nel 2018, i decessi, sono stati 3500, un terzo del totale. A rendere noti i dati è l’Agenzia di tutela della salute basandosi sui 164 Comuni serviti, sui 205 totali, per un 1,2 milioni di assistiti. La percentuale di morti per cancro è più alta che nel resto d’Italia. Le neoplasie più diffuse sono quelle legate alle vie respiratorie, con 623 decessi. 298 sono le persone decedute in seguito a tumore al colon e al retto, 261 per tumore al fegato, 246 al pancreas, 236 alla mammella, 216 per linfomi, 191 per cancro allo stomaco. Le persone decedute per neoplasie alle vie respiratorie e al polmone non possono non far scattare un campanello d’allarme sulla situazione ambientale di Brescia, una tra le province più inquinate d’Italia.

 

L’inquinamento provoca più di un quarto delle malattie e delle morti nel mondo

L’allarme dell’Onu nel il Global Environment Outlook (GEO), il rapporto sullo stato del pianeta

UN QUARTO delle morti premature e delle malattie nel mondo è collegato all’inquinamento provocato dall’uomo. E’ questo l’allarme lanciato dall’Onu nel il Global Environment Outlook (GEO), il rapporto sullo stato del pianeta. Le emissioni collegate all’inquinamento atmosferico e ai prodotti chimici che hanno contaminato l’acqua potabile mettono infatti a rischio l’ecosistema che garantisce la sopravvivenza di miliardi di persone. Un problema che ha conseguenze anche sull’economia globale.

L’analisi dell’Onu GEO è stata realizzata grazie al contributo di 250 scienziati in 70 paesi con un lavoro che è durato sei anni.  I ricercatori hanno messo in evidenza il divario fra paesi ricchi e poveri: l’eccesso di consumi, i prodotti inquinanti e lo spreco al Nord del mondo portano fame, povertà e malattie al Sud. Mentre le emissioni di gas serra aumentano, il cambiamento climatico, con siccità o tempeste, rischiano di danneggiare ulteriormente le vite di miliardi di persone.

In questo contesto, l’Accordo di Parigi del 2015 punta a limitare il riscaldamento climatico alla soglia dei 2°C. Ma l’impatto dell’inquinamento, della deforestazione e di una catena alimentare industrializzata sono meno conosciuti. E non esiste nessun accordo internazionale sull’ambiente che equivalga a quello di Parigi sul clima.

L’acqua potabile

Il rapporto GEO dell’Onu utilizza centinaia di fonti per calcolare l’impatto dell’ambiente su alcune malattie per stilare una serie di obiettivi urgenti in campo sanitario. Condizioni “mediocri” sono collegare a “circa il 25% di morti e malattie mondiali”, si legge sullo studio GEO. Si parla di circa 9 milioni di decessi collegati all’inquinamento nel 2015.
Fra i problemi il mancato accesso all’acqua potabile per 1,4 milioni di persone che perdono la vita ogni anno per patologie che si potrebbero evitare come, ad esempio, le diarree o i parassiti presenti nelle acque contaminate. L’Onu ricorda quanto questi danni abbiano effetti a lungo termine sulle nostre vite. I prodotti chimici rilasciati nel mare sono nocivi “per diverse generazioni” e 3,2 miliardi di persone abitano su terre rovinate dall’agricoltura intensiva e dalla deforestazione.

L’inquinamento atmosferico

Il ricercatori dell’Onu segnalano inoltre che l’inquinamento atmosferico provoca dai 6 ai 7 milioni di morti premature l’anno. Inoltre l’uso eccessivo di antibiotici nei prodotti alimentari, potrebbe dare vita a batteri resistenti che potrebbero diventare la prima causa di decessi prematuri già a partire dal 2050.  “Servono azioni urgenti e ampie per contrastare questa situazione”, si legge ancora sul rapporto dell’Onu. Senza una riorganizzazione dell’economia mondiale verso una produzione più sostenibile, il concetto di crescita potrebbe divenire privo di significato anche per l’aumento delle morti e all’aumento dei costi sanitari.


Si può fare ancora qualche cosa

“Il messaggio è che un pianeta in buone condizioni di salute sostiene la crescita mondiale ma anche le vite delle persone più povere che hanno bisogno di un’aria non inquinata e di acqua pulita. – spiega Joyeeta Gupta, co-presidente del GEO – Al contrario un sistema in cattive condizioni di salute provoca danni enormi alle vite degli uomini”.

Lo studio dell’Onu segnala che la situazione può essere comunque recuperata limitando le emissioni di CO2 e l’uso di pesticidi. Anche lo spreco alimentare potrebbe essere ridotto dal momento che nei paesi più ricchi il 56% dei cibi scaduti viene bittato. “Da qui al 2050 dovremo nutrire 10 miliardi di persone ma questo non vuole dire che dobbiamo raddoppiare la produzione. – spiega ancora Gupta – Ma questo deve portare anche al cambiamento degli stili di vita”.

di VALERIA PINI

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