Nicola Cartura - Veneto inquinato

Veneto regione più inquinata d’Italia nel 2019

Lo sapevamo, ce lo aveva detto a chiare note ARPAV, ma ora la cosa è confermata: il Veneto ha l’aria malata e lo ricorda anche Legambiente Veneto.   Le concentrazioni di PM10 e PM2,5 sono state altissime…

Lo sapevamo, ce lo aveva detto a chiare note ARPAV, ma ora la cosa è confermata: il Veneto ha l’aria malata e lo ricorda anche Legambiente Veneto.

 

Le concentrazioni di PM10 e PM2,5 sono state altissime in tutte le città del Veneto, dove ben sei città nell’ultimo decennio hanno superato per molte volte i limiti consentiti, e questo vale anche per l’ozono in estate.

 

Nel 2019 l’aria delle città venete è risultata malsana per oltre 100 giorni. E non va meglio nel 2020 appena iniziato.

 

Infatti nei primi 20 giorni del 2020 Treviso ha superato i limiti di PM10 e PM2,5 consentiti per ben 19 volte risultando una delle città più inquinate d’Italia. A seguire Venezia e Padova con 18 sforamenti e poi Verona e Rovigo con 15 sforamenti.

 

La colpa di tutto ciò è da ricercarsi non solo nella morfologia della Val Padana chiusa dalla Alpi e dagli Appennini e quindi con scarsa circolazione dell’aria, ma anche e principalmente nel riscaldamento a bio masse, nelle fabbriche e nella circolazione veicolare.

 

Si pensi ad esempio che, nonostante si incentivi l’uso dei mezzi pubblici, la maggior parte del parco circolante, il 55%, è costituito da autobus con classe inferiore ad Euro 4 e quindi abbondantemente inquinanti.

 

Per ottenere risultati apprezzabili nella lotta contro l’inquinamento atmosferico occorre che venga messo a punto un unico piano nazionale.

 

Fonte: Rapporto di Legambiente Veneto

 

Nicola Cartura - Scorie Radiattive

Abbiamo votato No al Nucleare ma…

Abbiamo votato No al Nucleare ma l’Ue ha deciso: l’Italia avrà 7 depositi di scorie nucleari (degli altri).

Gli euroburocrati che decidono il destino del popolo italiano pensano che italiane ed italiani siano soltanto carne da macello, al massimo cavie
per esperimenti non autorizzati dalla gente, ma che comunque vanno in onda sulla nostra pelle di esseri socialmente disuniti.
Dopo aver affondato impunemente per decenni centinaia di navi dei veleni e migliaia di container zeppi di scarti pericolosi delle industrie tedesche, francesi, elvetiche, olandesi eccetera – sempre a Bruxelles si sono detti: perché scontentare Piemonte, Lazio, Campania e Basilicata, che si terranno per sempre le scorie. E non fare una sorpresa alla Sardegna?
«Il Deposito Nazionale sarà costituito da una struttura di superficie, progettata sulla base degli standard IAEA e delle prassi internazionali, destinata allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività».
È quanto è scritto a pagina 30 dell’audizione Sogin Spa, ovvero «Atto del Governo n° 58 (Gestione combustibile nucleare esaurito e rifiuti radioattivi)».
Dunque, la prima menzogna del Governo italiano è che non ci sarà un unico deposito nazionale. Infatti, per i rifiuti nucleari più pericolosi, ad alta attività o se preferite di terza categoria, è previsto un deposito di smaltimento geologico, vale a dire, nelle profondità delle terra.
In passato, lo Stato italiano ha nascosto una quantità consistente di scorie nucleari, ben 350 metri cubi provenienti dalla centrale atomica militare di Pisa (Camen, già Cresam infine Cisam) nella miniera di Pasquasia in Sicilia (chiusa inspiegabilmente, seppure produttiva), dove ha operato l’Enea per un esperimento in materia di confinamento di scorie nel sottosuolo. (FONTE APAT)
È sufficiente esaminare il primo inventario nazionale sulla contabilità nucleare redatto dall’Enea nel 2000 e successivamente dall’Apat, per appurare che dei 700 metri cubi sfornati dal reattore RTS 1, gestito dallo Stato Maggiore della Difesa, mancano oggi all’appello appunto 350 metri cubi (FONTE APAT).
I depositi di rifiuti nucleari realizzati recentemente dalla Sogin – a Trino, Saluggia, Bosco Marengo, Borgo Sabotino, Garigliano, Trisaia – non sono “confinamenti temporanei” o momentanei, anche se le autorità, gli esperti di regime unitamente agli ambientalisti venduti al miglior offerente, lo vogliono far credere a tutti gli ingenui. Il settimo deposito di superficie sarà impiantato in Sardegna. “Tanto i sardi si vendono in cambio di qualche posto di lavoro, e poi sono già imbottiti di scarti radioattivi che dai vasti poligoni militari sono fluiti nel ciclo biologico”, hanno pianificato dall’alto quelli che comandano a casa nostra, beninteso per conto terzi.
Altra menzogna di Stato: la quantità di scorie da allocare nel predetto sito sardo. L’ultimo inventario nucleare dell’Apat tra rifiuti e combustibile irraggiato, indica una quantità complessiva di 26.137 metri cubi. La Sogin, invece, ne ha già stimato 90 mila metri cubi. Qual è la reale provenienza di ben oltre 60 mila metri cubi di scorie atomiche? La risposta è scontata: l’Europa.
Basta una semplice ricerca e due minuti di tempo per appurare che dietro le due direttive Euratom (2009/71 – 2011/70) si nascondono nientedimeno che i soliti profittatori internazionali. La Svizzera, ad esempio, non fa parte dell’Unione europea, ma detta legge in materia di spazzatura nucleare, dopo aver già inondato il nostro Paese, con la sua incontenibile immondizia chimica e nucleare.
Agli scettici, a parte il decreto legislativo del 4 marzo 2014, emanato da Napolitano, si raccomanda la lettura di un illuminante documento dell’Enea stilato ad uso del Governo italiano, licenziato espressamente il 3 febbraio 2014 per le Commissioni riunite Ambiente e Industria Senato della Repubblica si legge:
«All’art. 3 comma 6 vengono fissate le condizioni alle quali sono soggette le spedizioni, importazioni ed esportazioni di rifiuti radioattivi e di combustibile nucleare esaurito che possono essere smaltiti anche in Paesi Terzi con i quali siano vigenti specifici accordi sotto l’egida della Comunità. Infatti la Direttiva riconosce esplicitamente i possibili benefici di un approccio “dual track”, tendente ad affiancare alla creazione di un deposito nazionale anche un deposito geologico multinazionale condiviso, che possa essere incluso nei programmi di gestione dei rifiuti radioattivi nei vari Paesi Europei. Per quanto riguarda i rifiuti ad alta attività, l’ENEA aderisce all’Associazione privata “ARIUS” (Association for Regional and International Underground Storage, con sede in Svizzera) dalla sua creazione nel 2002, della quale ha anche detenuto per qualche tempo la presidenza e partecipa ai lavori di ERDO-WG (European Repository Development Organisation – Working Group). Tale gruppo ha la proprietà del concetto di deposito consortile europeo condiviso per quelle nazioni che, essendo dotate di modesti inventari di rifiuti nucleari, troverebbero di difficile gestione ed antieconomica la collocazione di tali materie in un deposito definitivo nazionale. La Direttiva, anche per il lavoro di sensibilizzazione svolto da ARIUS presso la Commissione Europea, considera questa opzione anche in caso di destinazione verso Paesi terzi esterni all’Unione, previo accordo con la Comunità (Ch.1 Scope, Definitions and General Principles, art.4, punto 4). Si ritiene necessario sottolineare che l’adesione dell’Italia alla costituzione del consorzio ERDO (European Repository Development Organisation) per lo sviluppo di un deposito geologico profondo regionale condiviso in ambito europeo è una opzione importante sia dal punto di vista politico, che dal punto di vista dell’accettabilità sociale; prevede una strategia ed una decisione a livello istituzionale, anche alla luce di quanto avvenuto in Italia con l’esito del referendum che ha, di fatto, sancito la chiusura del programma nucleare nel nostro Paese e, quindi, il proprio inventario dei rifiuti radioattivi rimarrà nei prossimi anni pressoché stabile».
Esaminando una miriade di carte ufficiali (Governo, Sogin, Enea, Unione Europea, Iaea) è facile rendersi conto che dietro a tutto si profila un unico intento, mascherato a parole dalla sicurezza ambientale, vale a dire, il profitto economico a tutti i costi quel che costi.
Dagli anni ’50 non è cambiato nulla, sempre a prendere ordini dagli “alleati” angloamericani. Nel 1959 ad Ispra in provincia di Varese, viene allestito il primo reattore nucleare (impianto di ricerca poi regalato all’Europa): è la premessa per la produzione di energia generata dall’atomo, senza valutare le conseguenze ambientali e sanitarie, sul territorio e da danno della popolazione. Così l’Italia eterodiretta per volere di Washington innalza le sue centrali in luoghi inidonei, con il fine certo di produrre energia elettrica, ma al contempo plutonio, utile per le bombe atomiche. Latina con il reattore a grafite e uranio. Trino Vercellese e Garigliano alimentate dall’uranio arricchito. Nel 1980 giunge anche Caorso, in mezzo al Po, un impianto che funziona con gli stesso combustibili del Garigliano. Nel frattempo, dal 1963 è attiva anche la centrale nucleare militare, ovviamente segreta del Camen, oggi Cisam, ed una miriade di reattore nucleari di ricerca: università di Palermo, Milano, Padova, Pavia. L’Italia non aveva e non ha una politica ecologica di smaltimento della spazzatura nucleare. Non a caso – attesta la banca dati internazionale Iaea – nel 1967 inabissa i primi 23 metri cubi di scorie nucleari, consentendo in seguito ad alcuni Stati europei che vanno per la maggiore (Germania, Francia, Svizzera, ad esempio) di inabissare nel Mediterraneo di tutto e di più.
A metà degli anni ’60 il Governo italiano realizza in Basilicata il primo cimitero nuclere, mascherandolo con un centro di ricerca, prima dle Cnen, poi dell’Enea. Alòla Trusaia. a parte l’Itrec, ha operato attivamente l’Eni con una fabbrica di combustibili nucleari in società con un’azienda del governo inglese, ossia l’UKAEA. Le 86 barre dell’Elk River cedute da Washington – 20 soltanto riprocessate – sono ben altra cosa cosa, ovvero il ciclo uranio-torio. L’Eni ai magistrati ha sempre negato la produzione di plutonio alla Trisaia. Ma a luglio del 2013, in un’operazione quasi segreta, sono stati portati via da questo centro atomico in Lucania, ben 20 chilogrammi di uranio e plutonio, poi imbarcati su una nave diretta negli Stati Uniti d’America. Obama al recente vertice europeo di fine marzo ha ringraziato i maggiordomi della repubblichetta delle banane, per la cessione gratuita del materiale strategico. Appunto: quanto plutonio è stato prodotto dalle 5 centrali nucleari italiane? A proposito mister Napolitano, dove è finito?
Ma chi si è arricchito realmente con l’affarone dell’atomo nel belpaese? Vediamo un pò: prevalentemente società nordamericane e inglesi: General Electric, Westinghouse, Abb, Ukaea, Eni, Enel, Fiat. A pagare in termini economici nonché di perdita di salute è soltanto la popolazione, che non ha avuto benefici di alcun genere. Infatti l’attività di decomissioning viene finanziata dall’ignaro contribuente italidiota attraverso la componente A 2 della tariffa elettrica (la bolletta della luce). Lo hanno stabilito il Decreto interministeriale 26 gennaio 2000, la legge 83 del 2003 e il decreto interministeriale 3 aprile 2006.
Nel 1999 lo Stato ha inventato la Sogin per il decommissioning, inserendola nel portafoglio del ministero del tesoro. Nel 2010 la Corte dei Conti ha bocciato la gestione Sogin, oggi in nettissimo ritardo sulla tabella di marcia. In ogni caso, le ecomafie di Stati e le multinazionali del crimine ringraziano lo Stato tricolore. Tanto pagano sempre i “fessi”. A proposito, che ne sarà della centrale nucleare della Difesa, in riva al Tirreno in quel di Pisa?
Fonte: https://ilsapereepotere2.blogspot.com/
Nicola Cartura- Aria inquinata

Non solo Corona Virus! Italia: 45.600 decessi per esposizione a polveri sottili

Una cifra drammatica che si traduce in una perdita economica di 20,2 miliardi di euro. I numeri emergono dal rapporto “The Lancet Countdown 2019” presentato oggi a Venezia / Lo studio: le nanoparticelle di smog causano il cancro al cervello / MAL’ARIA 2019, IL DOSSIER DI LEGAMBIENTE

L’Italia detiene il record europeo per decessi legati all’esposizione alle polveri sottili. Il dato emerge dal rapporto “The Lancet Countdown 2019: Tracking Progress on Health and Climate Change”, presentato oggi a Venezia nel corso di un evento organizzato dalla Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) e dall’Università Ca’ Foscari. Pubblicato dalla prestigiosa rivista di scienze mediche, il documento rappresenta uno strumento molto utile per comprendere come il clima sta influenzando la nostra salute, a livello globale e nazionale. Per la sua realizzazione vi hanno lavorato 120 esperti di 35 istituzioni accademiche di rilievo internazionale e agenzie delle Nazioni Unite di tutti i continenti. Attraverso 41 indicatori su cambiamenti climatici e salute, il rapporto fornisce un aggiornamento annuale mirato a offrire un supporto ai decisori politici, per accelerarne le risposte strategiche.

Nicola Cartura- Aria inquinata
Nicola Cartura- Aria inquinata

Le differenze tra Europa, Africa e Sud-est asiatico
Ondate di calore, periodi di siccità prolungata e inondazioni stanno minacciando soprattutto le fasce della popolazione mondiale più vulnerabili. “La vulnerabilità dell’Europa e del Mediterraneo orientale all’esposizione al calore è maggiore rispetto a quella dell’Africa e del Sud-est asiatico, molto probabilmente a causa dell’alta porzione di anziani che vivono nelle aree urbane in queste regioni: si tratta di una fascia di popolazione particolarmente vulnerabile a ictus e problemi renali legati ai colpi di calore perché maggiormente affetta da malattie croniche”, ha affermato Marina Romanello dell’University College di Londra, tra gli autori del rapporto, durante la presentazione del documento. “Nel 2017, il numero di eventi di esposizione di over 65enni alle ondate di calore è cresciuto di 9,3 milioni rispetto al 2000. Nello stesso anno, l’esposizione alle alte temperature ha comportato anche più di 1,7 milioni di ore di lavoro perse in Italia, il 67% delle quali hanno riguardato il settore agricolo”.

Le conseguenze sulla salute e sulla nutrizione
Dal rapporto emerge che l’utilizzo di fonti fossili rappresenta una minaccia consistente per la salute umana, sia per i danni causati dall’inquinamento dell’aria che per i cambiamenti climatici che derivano dalla combustione di idrocarburi. Dimostrazioni tangibili sono il numero elevatissimo di morti per esposizione a particolato e la diffusione di malattie infettive. “Utilizzare le fonti fossili per la produzione di energia significa non solo aggravare il problema del riscaldamento globale, ma anche peggiorare la qualità dell’aria”, ha affermato Romanello. “E su questo l’Italia detiene un triste primato, con 45.600 decessi prematuri a seguito dell’esposizione a PM2.5 solo nel 2016. Si tratta del valore più alto in Europa e dell’undicesimo più alto nel mondo, che si traduce in una perdita economica di 20,2 miliardi di euro”.

Preoccupante, come detto, la diffusione di malattie infettive. A livello globale, 9 dei 10 anni più favorevoli per la trasmissione della febbre Dengue si sono registrati a partire dal 2000. Mentre in Italia la capacità delle zanzare di farsi vettori di questo virus è raddoppiata dal 1980.

Anche la sicurezza alimentare viene gravemente danneggiata dai cambiamenti climatici e dai loro effetti sui prezzi degli alimenti dovuti al calo della resa dei raccolti. E a pagare il prezzo più caro della malnutrizione sono soprattutto i bambini. “Guardando alla produzione agricola italiana – spiega Romanello – il potenziale di resa di tutte le colture alimentari di base che stiamo monitorando si è ridotto dagli anni ’60: per il mais la riduzione è stata del 10,2%, per il grano invernale e primaverile rispettivamente del 5 e del 6%, per la soia del 7% e per il riso del 5%”.

La situazione in Italia
Nel corso della seconda parte dell’evento è stato aperto un focus sulla situazione in Italia. “Due anni fa la Presidenza Italiana spingeva per l’adozione da parte del G7 di una Strategia Globale per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute. Da allora, abbiamo osservato qualche luce ma anche diversi segnali preoccupanti”, ha affermato Stefano Campostrini, professore di statistica sociale per le politiche sociali e sanitarie all’Università Ca’ Foscari Venezia e direttore del Governance & Social Innovation Center. “Il paese Italia, se per molti versi ha un sistema sanitario resiliente, non è ancora del tutto pronto agli impatti che i cambiamenti climatici potrebbero avere sulla salute della popolazione. Inquinamento dell’aria, migrazioni, sostenibilità del sistema sanitario sono solo alcuni dei grandi ambiti nei quali le sfide sono più pressanti. Situata nel mezzo del bacino del Mediterraneo, l’Italia rappresenta un vero laboratorio sui cambiamenti climatici e ambientali. In tal senso, il Country Profile Italy delinea le strategie per proteggere la salute dei cittadini italiani e in che modo le parti interessate possano rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici nel settore sanitario attraverso l’educazione, la consapevolezza, la sorveglianza integrata e sistemi efficaci di allarme tempestivo e risposta rapida”.

Produttività in calo
Il quadro delineato nel rapporto “The Lancet Countdown 2019: Tracking Progress on Health and Climate Change” presenta delle criticità che si riversano anche sulla produttività. “La produttività del lavoro in Europa risentirà dei cambiamenti climatici, con un calo nell’ordine dell’11,2% nel settore agricolo e dell’8,3% in quello industriale entro il 2080” ha spiegato Shouro Dasgupta, ricercatore presso il CMCC della Ca’Foscari, con un intervento sugli impatti economici derivanti dal legame tra cambiamenti climatici e salute. “Gli impatti sull’Italia sono anche maggiori, con una riduzione rispettivamente del 13,3% e dell’11,5%. È importante sottolineare che i cambiamenti climatici, oltre a danneggiare l’economia italiana con un calo del PIL dell’8,5% al 2080, aumenteranno anche le disparità di reddito interne al paese, aggravando il divario Nord-Sud: tutto ciò avrà implicazioni significative per la salute”.

Prospettive per il futuro
Meno investimenti sulle fonti fossili e più su quelle rinnovabili, uniti a interventi di adattamento ai cambiamenti climatici nei settori della mobilità e della sanità. Sono queste le conclusioni a cui arriva il rapporto. “Mettere la salute al centro di questa transizione produrrà enormi dividendi per il settore pubblico e per l’economia, offrendo allo stesso tempo aria più pulita, città più sicure e diete più sane”, ha sottolineato Romanello. “I vantaggi economici legati ai benefici per la salute derivanti dall’applicazione dell’Accordo di Parigi superano i costi di qualsiasi intervento, con un risparmio di migliaia di miliardi di dollari nel mondo”.

Fonte: https://www.lanuovaecologia.it/

Nicola Cartura IQAir

IQAir supporta gli ospedali che trattano l’epidemia di coronavirus in corso

IQAir supporta gli ospedali che trattano l’epidemia di coronavirus in corso

Scoperto per la prima volta poco prima del Festival del Capodanno cinese nel gennaio 2020, le infezioni da coronavirus 2019-nCoV minacciano milioni di persone. L’Organizzazione mondiale della sanità, i Centri per il controllo delle malattie e altre agenzie sanitarie hanno emesso avvisi ufficiali. 1,2,3

In risposta allo scoppio, la Commissione nazionale cinese per la salute ha tenuto una conferenza il 22 gennaio 2020 per valutare la crisi di salute pubblica causata da questo nuovo virus. 4

Li Bin, vicedirettore della commissione, ha confermato a mezzanotte di martedì 21 gennaio 2020 che almeno 440 casi di polmonite erano stati causati da questo nuovo coronavirus, colpendo 13 province della Cina e provocando un bilancio delle vittime di nove. Il numero di persone infettate dal coronavirus è salito a decine di migliaia e il bilancio delle vittime si è esteso anche a centinaia.

Dove si è diffuso il nuovo coronavirus al di fuori della Cina?

Lo scoppio iniziale di questo nuovo coronavirus è stato collegato alla città di Wuhan in Cina, che continua ad essere l’epicentro di infezioni e morte.

L’epidemia ha generato paura e panico in Cina e in gran parte del mondo – e IQAir è intervenuta rapidamente per supportare gli ospedali di Wuhan aiutando a proteggere personale e pazienti dal virus.

IQAir fornisce depuratori d’aria agli ospedali chiave di Wuhan

IQAir ha fornito depuratori d’aria HealthPro 250 agli ospedali di Wuhan designati per il trattamento di persone infette dal coronavirus, fornendo i depuratori prima all’unità di radiologia, all’unità respiratoria e ad altri presso l’ospedale Tongji, affiliato al Tongji Medical College dell’Università di Scienze e Tecnologia di Huazhong , nonché al Wuhan Union Hospital.

IQAir sta inoltre collaborando con la sua catena di fornitura globale per contribuire a dare priorità alla fornitura della maschera IQAir  agli ospedali nella regione di Wuhan.

In che modo IQAir ha aiutato durante l’epidemia di virus SARS

Secondo i funzionari della sanità pubblica, l’attuale coronavirus 2019-nCoV proviene dalla stessa famiglia di virus della coronavirus della sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV) che ha ucciso 774 persone nel 2003. 5,6,7

I depuratori d’aria IQAir sono stati rigorosamente testati per il controllo dei virus dall’autorità ospedaliera di Hong Kong e hanno fornito più di 150 ospedali per aiutare a proteggere il personale e i pazienti.

L’unità respiratoria dell’ospedale popolare dell’Università di Pechino, a Pechino, in Cina, ha anche acquistato numerosi sistemi IQAir HealthPro 250 durante l’epidemia di SARS nel 2003 – oltre 16 anni dopo, i sistemi sono ancora in funzionamento stabile.

La visione di IQAir è semplice: “Aria pulita per tutti, sempre e ovunque.” IQAir ora spera di continuare a fornire il supporto necessario nella lotta contro il nuovo coronavirus.

“L’attuale epidemia di coronavirus è una tragedia per tutti i colpiti. Speriamo che gli sforzi concertati mostrino presto risultati e alla fine ci aiutino a vincere la lotta contro questo virus mortale”, ha dichiarato Frank Hammes, CEO globale di IQAir. “Salutiamo le migliaia di operatori sanitari che stanno rischiando la vita per aiutare gli altri in questo momento di bisogno”.

(iqair.com)

 

Nicola Cartura IQAir

Coronavirus, domande e risposte: la trasmissione, le cure, gli effetti.

Come avviene il contagio?

Il coronavirus di Wuhan si trasmette con le goccioline emesse dalle vie respiratorie. In caso di tosse o starnuto, le goccioline possono raggiungere 2 metri di distanza dalla persona infetta e restare in aria quasi un minuto. All’esterno dell’organismo (ad esempio sulle mani o sugli oggetti) i virus riescono a sopravvivere pochissime ore. Toccare una superficie contaminata da un microbo e poi portarsi le mani al viso è una delle classiche vie di infezione per l’influenza tradizionale e il raffreddore. Per questo viene consigliato di lavarsi le mani spesso. Nel caso del coronavirus di Wuhan, è impossibile che un microbo finito su un pacco in Cina sia ancora vivo al suo arrivo in Italia.

Chi è contagioso?

«È contagioso soprattutto chi ha sintomi» spiega Massimo Andreoni, professore di Malattie Infettive all’università di Roma Tor Vergata e direttore scientifico della Società italiana malattie infettive. «Avere febbre e problemi alle vie respiratorie vuol dire avere molti virus che si stanno replicando nell’organismo. In queste condizioni è più facile contagiare gli altri». È il motivo per cui negli aeroporti viene fermato chi ha almeno 37,5 di temperatura. Oltre a febbre, tosse, starnuti, spossatezza e dolore ai muscoli, il coronavirus di Wuhan può causare congiuntivite e disturbu gastrointestinali. «Teoricamente, anche chi ha una forma blanda della malattia potrebbe essere contagioso. Ma il rischio è irrisorio, proprio perché la sua carica virale è ridotta. Sintomi lievi equivalgono a capacità di trasmissione bassa».

Ci può essere trasmissione nel periodo di incubazione?

L’incubazione del coronavirus di Wuhan dura in media 5-6 giorni: si va da un minimo di 1 a un massimo di 12. I due turisti cinesi in cura allo Spallanzani sono stati contagiati il 19 gennaio a Wuhan (lo si è visto ricostruendo l’albero genealogico del genoma del loro virus al Campus Biomedico di Roma), sono arrivati in Italia il 23 senza sintomi e sono stati ricoverati il 30. Finora non è emerso che abbiano contagiato altri. «Proprio perché in questa fase non ci sono sintomi, è improbabile che la trasmissione avvenga nei giorni dell’incubazione».

Come si fa la diagnosi e qual è il tasso di mortalità?

Serve un test di laboratorio che si chiama Pcr e analizza il genoma del virus. La diagnosi completa richiede alcune ore, massimo un giorno, e parte da un campione preso dalla gola dei malati. «Il test riesce a dirci se una persona è stata infettata o no dal nuovo coronavirus» spiega Andreoni. «Ma non ci aiuta a capire quanto è alta la carica infettante». Cioè quanto numerosi sono i microbi attivi. Nel cuore dell’epidemia, a Wuhan, la diagnosi è una delle fasi più critiche: le persone che si presentano in ospedale con i sintomi sono migliaia e i kit per il test sono insufficienti. Per questo il numero dei malati è sicuramente più alto del numero ufficiale dei contagiati. Pur sapendo che i nostri dati sono incompleti, stimiamo che il tasso di contagiosità (quante persone infetta ciascun malato) sia 2-2,5 e quello di mortalità 2-3%: poco più alto della normale influenza, mentre la Sars era a 10.

Perché lo stesso virus causa in alcune persone sintomi lievi e in altre polmoniti?

«Dipende da due variabili» spiega Andreoni. «L’efficienza del sistema immunitario e la carica infettante con cui si entra in contatto, cioè la quantità di virus che penetra nell’organismo». Il medico Li Wenliang, morto tre giorni fa dopo aver previsto la gravità dell’epidemia, aveva 34 anni ed era in buona salute, ma probabilmente è entrato in contatto con i primi malati prendendo poche precauzioni. Quindi si è esposto a una carica infettante alta. «Pazienti anziani, fragili, già colpiti da altre malattie e con il sistema immunitario debole sono la categoria più a rischio» per Andreoni. «Le loro difese potrebbero faticare a contenere anche una carica infettante bassa».

Come si cura?

Non esistono farmaci testati ed approvati per il coronavirus di Wuhan. E nemmeno metodi consigliati per la prevenzione (la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha escluso l’efficacia di aglio, vitamina C e antibiotici). In alcuni casi, ai malati ricoverati in ospedale vengono somministrate per uso compassionevole medicine prodotte anni fa per altri virus, come ad esempio Hiv o Ebola. Ce ne sono almeno una decina, a volte usate in combinazione fra loro, ma non abbiamo ancora dati sulla loro efficacia contro questo nuovo coronavirus. Per sapere se e quanto funzionano, sarà necessario sperimentarle su un congruo numero di pazienti e metterle a confronto con placebo o terapie alternative all’interno di un trial clinico. Al momento in Cina sono partiti 59 trial clinici per il coronavirus di Wuhan. Alcuni prevedono anche il ricorso a erbe e medicine tradizionali. Ma ci vorranno mesi prima di avere i risultati. Nel frattempo, i malati che si aggravano, sviluppano una polmonite e soffrono di insufficienza respiratoria vengono curati con ossigeno e respirazione assistita. In alcuni casi estremi a Wuhan è stata usata anche l’Ecmo: un apparecchio non dissimile alla dialisi, che filtra e ossigena il sangue all’esterno del corpo, sostituendosi ai polmoni.

Possiamo sperare in un vaccino?

Quando gli scienziati cinesi hanno sequenziato il genoma del nuovo coronavirus e lo hanno messo in rete, il 10 gennaio, una decina di laboratori nel mondo ha iniziato a lavorare a un vaccino. Alcuni prodotti candidati esistono già, ma devono prima essere testati sugli animali di laboratorio per controllare che non siano rischiosi. Le sperimentazioni sull’uomo inizieranno, nella migliore delle ipotesi, in primavera. Serviranno a capire se il vaccino, oltre che sicuro, è anche efficace. Secondo previsioni ottimistiche, sarà pronto in un anno.

Perché questa epidemia è diversa dalla Sars?

Nel 2003 la Cina era un Paese in grande ascesa, ma non ancora una superpotenza iper-connessa con il resto del mondo. All’epoca il Pil era 1.600 miliardi di dollari, mentre oggi è oltre 13 mila. L’industria turistica era embrionale, mentre lo scorso anno oltre 150 milioni di cinesi sono andati all’estero. Anche per questo le possibilità di diffusione del contagio si sono moltiplicate. Rispetto a diciassette anni fa poi, sono aumentati pure i canali di diffusione delle informazioni: l’Oms l’ha chiamata “infodemia”, un’epidemia di notizie, alcune vere, altre imprecise, altre del tutto false

Perché l’allarme sull’economia mondiale?

La Cina è allo stesso tempo due cose: un colosso produttivo, la fabbrica del mondo, e un mercato di consumo enorme, con il suo miliardo e 400 milioni di cittadini sempre più benestanti. Seconda economia del mondo dopo gli Usa, l’anno scorso è creciuta del 6%La decisione di mettere in quarantena il Paese, di congelarlo per arrestare il virus, ha provocato quindi un doppio choc all’economia mondiale, sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda. Negli ultimi anni la Cina è stata il principale contributore alla crescita globale, la locomotiva del mondo, se si fermasse a lungo tutti ne risentirebbero.

La Cina ci sta nascondendo qualcosa?

All’inizio del contagio, tra fine dicembre e inizio gennaio, le autorità cinesi hanno sottovalutato e sistematicamente sminuito il pericolo, tendendo all’oscuro i cittadini di Wuhan e mettendo a tacere chi, come il dottor Li Wenliang, provava a informarli. Questo ha ritardato il contenimento del virus. Da quando ha dichiarato l’emergenza, Pechino aggiorna le cifre con regolarità e i numeri sono giudicati attendibili dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il dato sulle persone infettate considera solo i pazienti positivi al test. È evidente che i contagiati reali sono molti di più, ma questo non significa che la Cina stia mentendo.

La Repubblica