Virus nell’aria, nuova teoria sui condizionatori.

Per l’infettivologo Massimo Galli la teoria sulla circolazione del coronavirus nell’aria apre la strada a nuovi rischi sull’uso dell’aria condizionata

Continua il dibattito sulla trasmissione del coronavirus nell’aria, dopo la lettera di 239 scienziati che chiedevano di rivedere le linee guida sull’uso delle mascherine e sui sistemi di ventilazione nei luoghi chiusi. La teoria dell’infettivologo Massimo Galli, direttore di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, è che l’aria condizionata e il riscaldamento possano contribuire a veicolare l’infezione e l’unica arma che abbiamo è quella di “giocare d’anticipo”.

Per farlo, ha spiegato l’esperto ad Askanews, risulta fondamentale la sorveglianza epidemiologica con test sierologici oppure tamponi rapidi.

Il sospetto di Massimo Galli è che la trasmissione aerea del virus possa essere agevolata da “qualche elemento ambientale in più”, come è successo ad esempio nel caso del focolaio di Covid-19 nel mattatoio tedesco del Nordreno-Westfalia.

“C’è anche il problema dell’uso eccessivo dell’aria condizionata – ha ammesso Galli -. È evidente la preoccupazione per quei Paesi dove la circolazione del virus è elevata, ma non ce ne dobbiamo dimenticare nemmeno noi. Ci stiamo preoccupando di tante cose ma questa per ora non l’abbiamo affrontata”.

“Cosa succede con l’aria condizionata d’estate? È qualche cosa che non abbiamo probabilmente sviscerato a sufficienza”, ha dichiarato Galli. E poi: “Cosa succede, specie negli uffici pubblici e nei luoghi di lavoro, per il riscaldamento d’inverno? Anche questo comporta delle movimentazioni dell’aria in locali chiusi”.

La soluzione da adottare, a detta dei firmatari della lettera all’Oms, è quella di revisionare gli impianti di circolazione dell’aria o, in alternativa, indossare sempre la mascherina: “Tenere la mascherina per tutto il periodo lavorativo – ha spiegato Galli – non è una cosa applicabile con uno schioccar di dita. Il punto è che una problematica di questo genere comporta la revisione di una quantità infinita di impianti, in una quantità infinita di Paesi, in una quantità infinita di città; un po’ in tutto il mondo comporta una rivalutazione dell’efficacia, efficienza e sicurezza di una quantità infinita di impianti: è abbastanza intuibile che ci sarà parecchio da fare se se ne vorrà tenere conto”.

Per quanto riguarda la scuola, sull’ipotesi di effettuare test sierologici a tutti, l’infettivologo ha precisato: “Se non è questo, bisogna che qualcuno si inventi un sistema migliore per tentare di mantenere un controllo pro attivo di quelle che possono essere le manifestazioni di focolai. Non credo, comunque la si voglia rigirare, si possa trovare un’altra soluzione”.